| introduzione al DIALETTO ROMANESCO |
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ultimo aggiornamento novembre 2005 |
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- NOTE GENERALI DI SINTASSI
Benché la sintassi del romanesco ricalchi ampiamente quella italiana, esistono delle forme più o meno tipicamente dialettali, tutt'ora in uso anche nel dialetto parlato.
- "ESSERE" E "STARE"
Il romanesco non fa quasi mai uso di essere, esserci o esservi per indicare lo stato in luogo (è a casa; siete in strada; c'è una novità ecc.), preferendogli stare e stacce (cioè starci, starvi):
dove sei?
sono qui !
a quest'ora siamo a letto
c'era un ragazzo davanti al negozio
c'è niente per me?
vi sono due lettere
ando' stai? (o 'ndò stai, cfr. dietro)
sto qui !
a st'ora stamo a lletto
ce stava u' regazzo davanti ar negozzio
ce sta gnente pe mme?
ce stanno du' lettere
- USO DI "AVERCI"
Il verbo avere viene comunemente enfatizzato mediante l'apposizione della particella ci (opportunamente romanizzata in ce):
ho
hai
ha
abbiamo
avete
hanno
ciò (contrazione di "ce ho" )
ciai
cià
ciavemo
ciavéte
ciànno
Si può notare come la particella ci rimane legata al verbo, per rendere il suono un tutt'uno, anche dal punto di vista grafico.
DIALETTO MODERNOIn tempi più recenti, l'uso di "ci" con "avere" viene spesso reso graficamente elidendo la "-i" della particella e mantenendo il verbo nella sua forma originale:
ho
abbiamo
hanno
c'ho (anziché ciò)
c'avemo (anziché ciavemo)
c'hanno (anziché ciànno)
È tuttavia evidente come il risultato grafico appaia assai meno efficace, quasi slegato, e soprattutto poco aderente alla verace pronuncia romana.
- SULL'USO DI "CHE"
I - USO DI "CHE" CON CONGIUNZIONI E AVVERBI
Le congiunzioni quando e mentre, e l'avverbio dove, in romanesco vengono spesso rafforzate dalla congiunzione che, puramente enfatica (si tengano anche presenti le modificazioni di dove, già descritte nel paragrafo ELISIONI E ACCORCIAMENTI):
dove c'è vento
quando c'è la luna piena
mentre ero lì
al bar dove lavora Giuseppe
dove che cce sta vvento
quanno che cc'è la luna piena
mentre che stavo lì
ar bare 'ndove che cce lavora Peppe
II - USO DI "CHE" PER INTRODURRE FRASI INTERROGATIVE
Soprattutto nel dialetto parlato, ma anche in quello scritto (non essendovi fra queste due forme quasi alcuna differenza, come invece accade in molte lingue ufficiali), è comunissimo introdurre una frase interrogativa con la congiunzione enfatica "che", quasi a voler avvisare l'interlocutore del fatto che quanto segue è una domanda:
sai dov'è questo posto?
viene il suo amico?
ce n'è ancora?
è quella la fermata del tram?
che ssai 'ndo sta 'sto posto?
che viene l'amico suo?
che cce ne sta ancora?
che è quella la fermata der tranve?
È anche possibile usare ahó, più confidenziale, già discusso a proposito del VOCATIVO, come alternativa a che, o più spesso in aggiunta a detta congiunzione.
hai un cerino?
che cciài un cerino?
ahó, ciài un cerino?
ahó, che cciài un cerino?
Ovviamente, se la domanda si apre già con perché, come, quanno (quando), 'ndo' / ando' (dove) ecc., il che enfatico non è più necessario, e viene omesso:
sai dov'è il cinema?
dov'è il cinema?
guadagna molto?
quanto guadagna?
che ssai 'ndo sta er cinema?
'ndo sta er cinema?
che guadaggna tanto? (anche che gguadambia...)
quanto gguadaggna? (anche quanto gguadambia?)
- FORME USATE COME GERUNDIO
Come gìà accennato nel paragrafo sui verbi, in romanesco il gerundio viene spesso reso con altre forme: così a seconda dei casi, facendo può diventare a ffà, oppure mentre [che] fò o mentre [che] sto a ffà. Il che in parentesi quadre è enfatico, e può essere usato oppure omesso.
Per frasi causali, invece, è usata la forma siccome [che] fò (siccome [che] sto a ffà):
mi sta venendo fame
stava ancora piovendo
sono caduto salendo le scale
dolendogli il piede, restò a casa
piacendomi i dolci, li mangio spesso
me sta a vvenì ffame
stava ancora a ppiove
so' ccascato mentre che salivo le scale
siccome che je doleva er piede, è restato a ccasa
siccome che me piàceno li dorci, li maggno spesso
- USO DI "DICO" E "DICE" NEL DISCORSO DIRETTO
Il dialetto romanesco parlato fa grande uso del discorso diretto, sempre introdotto da dico (che introduce una frase pronunciata da chi sta parlando) e dice (che introduce una frase pronunciata da altri). Si tratta di vere e proprie interiezioni: infatti non vengono inserite solo all'inizio della frase riportata, come ad introdurre un virgolettato, ma ripetute numerose volte nell'ambito del discorso, anche quando per comprendere il testo che segue non ve ne sarebbe assolutamente bisogno.
Un esempio:Dico: - A ch'ora parte 'sto treno - dico - che cciò ancora da fà er bijetto, - dico - nun vorei arivà ttardi. -Da ciò si evince chiaramente che in uno stesso periodo l'interiezione dico o dice può essere ripetuta tre, quattro, o anche più volte.
Dice: - Nu' lo so - dice - perché ggià ccià mezz'ora de ritardo - dice - e ppò partì in quarziasi momento. -
Si noti che la pronuncia del primo dico o dice, cioè quello che apre effettivamente il successivo discorso diretto, tende ad avere un suono leggermente prolungato (dicooo..., diceee...), come a voler creare un'impercettibile effetto di sospensione prima di riportare il proprio o altrui discorso, catturando meglio l'attenzione dell'ascoltatore.
Da questo punto di vista, infatti, i successivi dico e dice, pronunciati più rapidamente, servono anche a scandire i tempi narrativi, quasi come segni d'interpunzione inseriti tra ogni frase.
- USO DI "MO'"
Per dire "adesso, ora, in questo momento" il romano verace usa l'espressione mo' (pronunciato con una "o" molto stretta), che sostituisce a pieno titolo gli avverbi anzidetti anche se adesso può comunque essere usato; in principio di frase tale sostituzione avviene sempre, mentre in altri punti della frase è tollerato l'uso di entrambe le forme:
ora vengo
è arrivato adesso
adesso ce ne andiamo
in questo momento sta piovendo
il negozio ha aperto proprio adesso
mo' vvengo
è arivato mo' oppure proprio adesso
mo' se n'annamo
mo' sta a ppiove
er negozzio ha aperto propio mo' (propio adesso)
Mo' può anche prendere il significato di "oggigiorno", come del resto avviene anche in italiano colloquiale:
una volta si poteva, ma
ora (oggigiorno) non si può più
adesso (oggi) girano tutti
in automobile
'na vòrta se poteva, ma mmo' nun ze pò ppiù
mo' gireno tutti co' la machina
Quando però l'avverbio è preceduto da una negazione, solitamente mo' non viene usato (gli si preferisce essenzialmente "adesso"):
voglio andare, ma non ora
vojo annà, ma nno adesso
Infine, quando mo' viene usato da solo, può "allungarsi" in móne (fenomeno dell'epitesi), sempre pronunciato con una "o" strettissima, per dargli maggiore enfasi, come a voler ribadire un concetto già espresso, o molto ovvio, ecc.:
- Quando sei arrivato? - - Ora! -
- Quanno sei arivato? - - Móne! -
Esiste persino la possibilità di raddoppiare mo', che diventa mommo', per dire proprio adesso:
sono arrivato proprio adesso
so' arivato mommo'
- "SÌNE" E "NÒNE"
La stessa epitesi di mo' ® móne interessa anche più spesso i comuni avverbi affermativo e negativo "sì" e "no" che, quando usati da soli (e solo in questo caso), diventano sìne e nòne (a differenza di móne, quest'ultimo si pronuncia con la "o" larga), che ne enfatizzano il significato, soprattutto per ribadire un concetto già espresso, oppure ovvio:
- Sei sicuro di averli visti? - - Sì! -
- Insomma, non ha detto niente? - - No! -
- Sei sicuro che ll'hai visti? - - Sìne! -
- Inzomma, nun ha detto gnente? - - Nòne! -
- USO DI "SENTIRE" ED "INTENDERE"
In romanesco il verbo udire è pressoché sconosciuto, così come pure ascoltare; al loro posto viene usato sentire, che oltre al normale significato di provare una sensazione (ad esempio sentire caldo o freddo) esprime quindi più specificamente anche qualsiasi percezione acustica.
ho udito un colpo e mi sono affacciato
ascolta cosa ti dice mamma
quando è venuto stavo ascoltando la radio
riesci ad udirlo bene da laggiù?
ho ssentito un bòtto e mme sò affacciato
senti che tte dice mamma
quann'è vvenuto stavo a ssentì la radio
riesci a sentìllo bbene da laggiù?
A volte anche in italiano si usa sentire col significato di udire, ad esempio: da questo orecchio non sento bene. In alcuni di questi casi (ma non in tutti) il romanesco può rimpiazzare sentire col verbo intendere, il quale, peraltro, viene spesso eliso ('ntendere) se preceduto da consonante. Inoltre - cosa bizzarra - tale verbo è usato solo nei tempi passato prossimo e (meno spesso) passato remoto:
hai sentito la notizia?
ho sentito dire che è un bel film
l'ho chiamata, ma non mi ha sentito
ma...
suona il telefono, senti chi è
sembra che quando ti parlo tu non
mi senta
hai 'nteso la notizzia?
(hai sentito è altrettanto comune)
ho 'nteso di' cch'è un ber firme
(ho ssentito è altrettanto comune)
l'ho cchiamata, ma nu' mm'ha 'nteso.
sòna er telefono, senti chi è
pare che quanno te parlo nu' mme senti
Inoltre, il romanesco usa intendere al posto di sentire anche in un altro caso molto specifico: nell'espressione sentirsi male o sentirsi poco bene:
stamattina mi sono sentito male
si sentì male e andò a casa
ma...
ti senti poco bene?
si sente male
stammatina me sò 'nteso male
(me sò ssentito male è altrettanto comune)
s'intese male e aggnede a ccasa
(annò a ccasa è più frequente nel dialetto moderno)
te senti poco bbene?
se sente male
In conlusione, vale la pena ricordare come alcune fra le voci dialettali più esilaranti sono quelli che derivano da convinzioni errate del popolino circa l'origine o il significato dei singoli vocaboli.
Qualche classico esempio. Il volgo romano diceva moseo anziché museo, perché era convinto che derivasse da "Mosè", non certo da "musa". E chiamava il più noto anfiteatro di Roma Culiseo perchè, come ci tramanda G.G.Belli,...
Sti cosi tonni com'er culo, a Roma,
Se sò sempre chiamati Culisei.Questi fabbricati tondi come il culo, a Roma,
Si sono sempre chiamati Culisei.
da "Li battesimi de l'anticaje", 22 giugno 1834
E a Roma la zanzara si è sempre chiamata zampana; il perché di questo nome lo si evince da un altro sonetto di Belli:
da "Le zampane", 2 aprile 1846
Be', se dirà zanzare pe le stampe;
Ma sso' zampane: eppoi, santa Lucia!,
Nun je le vedi lì ttante de zampe?Beh, si dirà "zanzare" nei testi stampati;
Ma sono "zampane": e poi, santa Lucia!,
Non vedi lì che hanno tanto di zampe?